CDLS Confederazione Democratica Lavoratori Sammarinese

freccia 19 gennaio 2018. Lavoro digitale,la nuova frontiera dei diritti sindacali. Lo scorso mese di ottobre la Confederazione Europea dei Sindacati (CES) ha chiesto alla Commissione UE di rivedere la direttiva sui contratti di lavoro che oggi viene applicata anche ai lavoratori delle piattaforme digitali (platform worker) perché ritenuta insufficiente a tutelare i loro diritti. Del resto è stata approvata nel 1991, quando il mondo del lavoro era un altro mondo.

Quanti sono i lavoratori del digitale? Oltre 10 milioni di persone nel mondo secondo i dati di un recente studio “Working in the European Gig Economy” condotto dalla Fondazione FEPS in collaborazione con il sindacato UNI Europa e l’Università dell’Hertfordshire. Numeri non più di nicchia, se si mettendo nel calderone tutte le varie tipologie e figure: infatti, c’è chi lavora per una tech company via app ma anche chi trova il lavoretto da remoto appoggiandosi al crowdsourcing, cioè il reclutamento online, senza un contratto specifico ma in base a compiti singoli, i task. In Italia oltre il 22% della popolazione in età lavorativa vive anche così, grazie al crowdsourcing virtuale. Nel mondo questo esercito di micro-lavoratori viene ingaggiato tramite siti come UpWork, Clickworker, Freelancer, Timeetc, Amazon Mechanical Turk o PeoplePerHour2 oppure usa i propri mezzi per trasportare persone o cibo con ingaggio da applicativi su smartphone (Uber, Deliveroo, Foodora). Noi però abbiamo un primato: tra i Paesi del campione di ricerca, siamo quello con la percentuale più alta di lavoratori con reddito da piattaforma digitale e oltre 2 milioni di italiani devono più della metà dei loro introiti alla Gig Economy. (Anche il sindacato Uil ha la sua sezione dedicata alle partite IVA e ai freelance)

LA RAPPRESENTATIVITA’ AL TEMPO DEL DIGITALE
Chi rappresenta questi lavoratori? Che diritti hanno? E cosa stanno facendo i sindacati in Italia e nel resto l’Europa per gestire questo esercito di crowd workers? «Per capire cosa stiamo facendo dobbiamo prima partire da un presupposto - esordisce il presidente di Nidil - Ciò che è stato poco indagato fino ad oggi è la nuova frontiera dell’invasività della tecnologia che supera la vecchia discussione o dibattito tra lavoratori autonomi, dipendenti o altro». La sensazione è che si voglia trovare nell’innovazione un capro espiatorio. «Assolutamente no - ribatte Treves - La tecnologia non è il problema ma le piattaforme hanno avuto un effetto moltiplicatore senza precedenti di alcuni fenomeni che prima erano circoscritti». Uno di questi effetti, il più distorsivo secondo il sindacalista, è la pervasività del codice informatico che in molti casi non è un supporto al lavoro imprenditoriale ma quasi un suo sostituto. «Quando è un algoritmo a dettare la tua vita lavorativa e le prospettive, ad esempio le recensioni dei clienti sulla base delle quali tu puoi essere escluso dalla continuazione della prestazione , siamo oltre le vecchie dinamiche» continua Treves. Le nuove dinamiche, però, richiedono strumenti di tutela adatti a fare i conti con gli effetti indesiderati della tecnologia. Nell’ultimo anno in Italia e in Europa si sono moltiplicate le proteste dei riders e dei lavoratori della gig economy che chiedono più diritti.

I MICRO-LAVORATORI CHE NESSUNO VEDE
Amazon Mechanical Turk è forse la più famosa e più vecchia piattaforma per il rastrellamento di lavoratori da remoto. Creata nel 2005, secondo gli stessi dati Amazon riportati in un’inchiesta di Wired pubblicata lo scorso marzo sarebbero oltre 500 mila i “turchi”, cioè lavoratori meccanici a cui chiunque e qualunque azienda può assegnare un compito. Quando uscì anche in Italia, Panorama gli dedicò un approfondimento definendolo “il portale del lavoro democratico per tutti”.

Sembrava la rivoluzione del modo di trovare impiego e assegnarlo. Invece, nel 2014 un mechanical turk indiano insieme a centinaia di colleghi ha promosso una class action contro Amazon. Non per le condizioni di lavoro ma perché i compensi non venivano girati direttamente sui conti correnti bancari dei “turchi”. Bathia, questo il nome del micro-worker che ha avviato l’azione, scrisse a Bezos in persona per sollevare il problema. Sei mesi dopo le paghe dei lavoratori “turchi” arrivavano direttamente sui loro conti corrente. Ma le disfunzioni lamentate dai micro-workers, soprattutto indiani, sono continuate. Nel 2016 il Pew Research Center ha pubblicato una ricerca sui guadagni dei Turkers di Amazon documentando i bassi introiti derivanti dai lavoretti: più della metà dei micro-lavoratori di Amazon MTurk non arriva a 5 dollari all’ora. Le mansioni sono quindi più appetibili in quei Paesi in cui il costo del lavoro è già fisiologicamente basso insieme al costo della vita. Gli ingaggi infatti servono a pulire dataset, creare etichette per materiale fotografico, scrivere i sottotitoli di ore e ore di video, il tutto per pochi dollari.
Persino le accademie usano MTurk, ad esempio per individuare campioni di interviste per sondaggi e ricerche. E’ il caso della Johns Hopkins University che ha usato la piattaforma per trovare profili con cui misurare la sentiment analysis rispetto al fenomeno di Boko Haram.

LE TUTELE A DISPOSIZIONE
Secondo Silvia degli Innocenti, presidente di Vivace (l’associazione per i diritti dei lavoratori freelance, autonomi e atipici che fa capo alla Cisl) per ora l’unica arma dei sindacati è il confronto parlato. «Abbiamo creato un dialogo con alcuni lavoratori di diverse piattaforme: ci siamo trovati di fronte a chi come lavoratore ha un interesse a rimanere flessibile e chi invece si sente precario e vuole essere stabilizzato», spiega a La Stampa. Vuol dire che non esiste una formula unica con cui rappresentare e tutelare i lavoratori del digitale? «Ci sono lavori, come i rider, che non tutti vogliono fare per il resto della vita - continua - E noi dobbiamo tutelare questo forme di lavoro rispettando però anche le richieste di flessibilità che arrivano dagli stessi lavoratori. Bisogna quindi creare un dialogo aziendale più che regole ad hoc per i platform workers, perché i contratti di inquadramento già ci sono».

Due dei più importanti corpi intermedi italiani in fatto di rappresentanza dei freelance (Smart-It e Acta) stanno lavorando a un disegno di legge (Disposizioni in materia di lavoro autonomo mediante piattaforma digitale) per tutelare i lavoratori tramite il meccanismo dell’umbrella company (in grado di garantire tutele previdenziali agli atipici, per conto di società del digitale che oggi sembrano non volersi più sobbarcare degli oneri connessi al lavoro).

Per la Innocenti però questo approccio potrebbe avere effetti indesiderati. «Non sto dicendo di essere contraria all’umbrella company, ma credo sia sbagliato creare regole uguali per la tutela di profili così diversi. E’ un mondo troppo eterogeneo e un lavoratore di Amazon non è come un lavoratore di un’altra piattaforma. Ci servono invece poche regole chiare e poi un dialogo aziendale, per singola piattaforma».

Il dialogo però non è all’ordine del giorno. «Io personalmente non ho avuto la possibilità di confrontarmi con le aziende per cui avevamo ricevuto segnalazioni e proteste da parte di alcuni lavoratori», conferma Degli Innocenti che però considera la richiesta dei giovani rider e lavoratori già un passo avanti. «Sono contenta del fatto che i giovani protestino per ottenere le tutele: c’è mancanza di identità da parte degli autonomi e dei lavoratori delle piattaforme e questa forma di richiesta di rappresentatività è un buon inizio. Ammetto che se non fosse emerso così il problema, con proteste e dimostrazione di unità, forse non ci sarebbe stata nemmeno da parte nostra fino in fondo la presa di coscienza di un fenomeno che è nuovo anche per noi».

LA RAPPRESENTAZIONE SINDACALE DIVENTA DIGITALE
La posizione della Innocenti non è isolata. I sindacati europei hanno capito che per tutelare un lavoratore del digitale anche la rappresentanza deve contare a sua volta su una piattaforma che permetta di contarsi e unirsi, a prescindere al luogo geografico. Una sorta di sito universale con strumenti di difesa adattabili al singolo caso. Il sindacato dei metalmeccanici tedeschi (IG Metall), tra i più potenti al mondo, ha fatto da apripista dando vita insieme ad altre sigle sindacali europee a Fair Crowd uno strumento di tutela nato apposta per i platform e i micro-workers. E’ grazie a questa iniziativa che è nata la Carta di Francoforte per i diritti di chi opera in crowdsourcing e da poco è stato creato un Ombudsman, un difensore civico a cui i lavoratori del digitale possono rivolgersi per tutelarsi.

Uno dei servizi più utili forniti da Fair Crowd, però, è la valutazione delle piattaforme digitali (in stile trip advisor) a cui un lavoratore intenda affidarsi: ci sono informazioni su UpWork, Amazon Mechanical Turk e molte altri siti. L’iniziativa ha spinto anche altre singole realtà nazionali a creare veri e propri sindacati dedicati al tema delle tutele per i nuovi lavoratori. Non si tratta di corpi intermedi o associazioni ma di organi rappresentativi istituzionali per ora presenti in Austria, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti.

Oltre al codice di condotta queste entità lavorano per ottenere contratti e principi universali che tutte le aziende applichino al lavoro digitale, a prescindere dalla normativa comunitaria che non sembra essere sufficiente: a fine ottobre 2017 la CES, Confederazione Europea dei Sindacati, ha chiesto alla Commissione UE di rivedere la direttiva europea sui contratti di lavoro che oggi viene applicata anche alle piattaforme digitali, perché ritenuta insufficiente a tutelare i platform workers. Del resto è stata approvata nel 1991 quando il mondo del lavoro era appunto un altro mondo.

I PROSSIMI PASSI A LIVELLO INTERNAZIONALE
Christina Colclough è forse una delle poche sindacaliste al mondo ad avere un quadro d’insieme sul futuro del lavoro digitale e della sua rappresentazione. Secondo l’esperta di dell’UNI Global - la federazione internazionale dei sindacati dei servizi - il ruolo degli organi rappresentativi a livello mondiale è fare i conti con la disgregazione dell’identità collettiva del lavoro. «L’aspetto più problematico è l’individualizzazione del lavoro. Con la Gig Economy è più facile che i lavoratori siano freelance. E quindi è la singola persona che deve sopportare il rischio di mercato senza protezione, previdenza né diritti fondamentali. E questo è sbagliato. Come Uni Global pensiamo che esista un diritto universale alla protezione sociale e all’inclusione lavorativa. Chiediamo che tutti i lavoratori, in ogni forma di lavoro, abbiamo gli stessi diritti fondamentali».

Uno dei programmi a cui sta lavorando Colclough è la regolamentazione degli algoritmi, dell’intelligenza artificiale e dei BIG DATA (in Italia la prima a parlare di contrattazione dell’algoritmo è stata la Cgil con Susanna Camusso). «Nel 2018 ci sarà il congresso internazionale di UNI GLOBAL e uno dei temi sul tavolo è il Futuro del Mondo del Lavoro. Adotteremo dieci principi chiave per i lavoratori, tra questi l’accesso di tutti i lavoratori alla formazione continua, tramite programmi inclusivi di formazione per l’acquisizione di competenze specifiche. Stiamo anche lavorando moltissimo sull’elaborazione di principi etici per l’uso dei Big Data e sulla trasparenza degli algoritmi così come sulla riduzione del digital divide», spiega a La Stampa.

LE TECH COMPANY SONO PIU’ POTENTI DEI SINDACATI?
Eppure la sensazione è che, almeno in Europa, le tech company riescano meglio dei sindacati a fare attività di lobby per promuovere i propri interessi presso le istituzioni e i parlamenti. Il caso di Deliveroo in Belgio ha dimostrato come una legge sulla defiscalizzazione del costo del lavoro abbia sfavorito le azioni di tutela e protezione previdenziale fornita ai fattorini da una cooperativa, Smart, e favorito la loro precarizzazione.

Ma Colclough non ritiene che i sindacati siano meno influenti in questo momento. «Certo che siamo in grado di fare lobby. Sappiamo farla sulla Gig Economy. Quando ero in UNI Europa, l’ufficio europeo di UNI Global, abbiamo lavorato moltissimo per sensibilizzare le istituzioni sulle conseguenze sociali della gig economy, sottolineando proprio il rischio di assenza di protezione previdenziale per i lavoratori delle piattaforme: per me e per lei è perfettamente normale essere coscienti di questi rischi ma le assicuro che per molti politici il quadro non era affatto chiaro e scontato. Non era chiaro, in particolare, quanto l’assenza di tutele sociali stesse investendo i lavoratori di tutto il mondo. Certamente i sindacati non hanno le stesse risorse economiche su cui invece gli attori della gig economy possono contare».

Due anni fa la sindacalista di UNI Global ha lavorato a un progetto sull’economia delle piattaforme per fornire un report al Parlamento Europeo. Aveva proposto in quell’occasione la tutela universale per tutti i lavoratori, a prescindere dal loro inquadramento. Tutti, anche i lavoratori digitali, avrebbero avuto gli stessi diritti previdenziali e gli stessi diritti fondamentali come il congedo di maternità e paternità o il diritto di organizzarsi e associarsi. «Mi hanno guardata come fossi un’aliena, ma adesso le cose non sembrano così campate in aria visto che sia il G20 sia L20 (l’international trade union confederation ndr) supportano proprio questa visione e persino il pilastro sui diritti sociali europei si sta aprendo verso questo tipo di cambiamento»

Come per i sindacalisti italiani, anche a livello europeo la visione sulla tecnologia sembra essere cambiata. Le unioni riconoscono che le tech company, pur non agendo illegalmente, traggono vantaggio dalle lacune normative. E il digitale è considerato solo lo strumento attraverso cui oggi si sfrutta l’effetto precariato. «La tecnologia non è la causa dei problemi del mondo del lavoro ma ha di sicuro un effetto moltiplicatore - spiega la sindacalista di Uni Global - I tool digitali rendono possibile la precarizzazione ma non ne sono l’unico motivo». Come si fa a riportare la tecnologia nell’area della garanzia e della tutela, allora? «Attraverso l’eguaglianza dei diritti a dispetto della forma di lavoro - conclude Colclough - E’ questa la vera sfida dei sindacati. Nei prossimi anni affronteremo una sempre maggiore fluidità e flessibilità che devono essere controbilanciate da protezione e tutela, a prescindere dall’inquadramento lavorativo. E allora dicendo che tutti hanno diritti universali si disincentiva l’individualizzazione del lavoro. Sono i benefici e tutele che devono essere flessibili, non il lavoro».

(La Stampa-Economia)

 

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