CDLS Confederazione Democratica Lavoratori Sammarinese

copia di operai crisiSan Marino 1 febbraio 2018 - Prosegue il trend positivo in atto da alcuni anni, relativamente al numero delle imprese e degli occupati, ma non altrettanto rispetto al numero dei disoccupati, che invece ha invertito la tendenza, ricominciando a crescere. Ciò è determinato dal fatto che per la prima volta dal raggiungimento del livello minimo del numero di lavoratori, avvenuto nel 2014, la risalita ha riguardato in maniera preponderante i lavoratori frontalieri e non quelli sammarinesi e residenti, come invece avvenuto in precedenza.

Tale tendenza pare essersi accentuata negli ultimi mesi dell’anno, verosimilmente a causa della liberalizzazione delle assunzioni dei lavoratori frontalieri prevista appunto dalla “Legge Sviluppo”. A quanto pare, infatti, buona parte delle imprese predilige questi ultimi, nonostante gli “accorgimenti” previsti dalla “Legge Sviluppo”; tale preoccupante trend non è certo motivato dall’esigenza delle aziende di assumere forza lavoro qualificata non presente nelle liste dei disoccupati.

 

Infatti, dei 112 lavoratori frontalieri in più a dicembre 2017 rispetto ad un anno prima, ben 43 (quindi un terzo) appartengono alla categoria “operai generici e commessi” ed altri 39 (quindi un altro terzo) alla categoria “impiegati operativi”, ovvero le mansioni con i più bassi livelli d’inquadramento: complessivamente ben 82 lavoratori - pari a due terzi del totale - sono a livelli di inquadramento medio basso.

Tra i vari settori, spicca ancora una volta in positivo il settore manifatturiero, il quale si conferma quello che più di altri sostiene la crescita, sia come numero d’imprese che di occupati, in particolare sammarinesi: 220 dipendenti in più in un anno, di cui 140 residenti. In negativo, invece, il settore del commercio, che si trova con oltre 100 occupati in meno, tutti sammarinesi o residenti, mentre resta costante il numero dei frontalieri.

Sarebbe ingiusto dare giudizi definitivi rispetto ad una norma entrata in vigore da poco tempo, ma intanto alcune prime riflessioni possono essere svolte: i dati paiono confermare che la scelta fatta dal Governo non favorisce in maniera evidente l’occupazione interna.

Se questo trend trovasse conferma anche nei prossimi mesi, in attesa che la possibilità di ottenere la residenza da parte di nuovi imprenditori dia risultati anche in termini di nuovi occupati, crediamo che sarebbe necessario rivedere l’assoluta liberalizzazione concessa alle imprese per le assunzioni.

L’insofferenza di chi cerca lavoro o lo trova a condizioni “non proprio favorevoli” sta crescendo ed è reso evidente da un dato su tutti: il crollo delle nascite. È pur vero che è una tendenza che si verifica in tutte le economie avanzate ma una diminuzione del 30% in pochi anni, con il picco più basso nel 2017, non può non preoccupare ed occorre trovare soluzioni ad hoc.

Servono idee concrete e progetti lungimiranti. La solidità di un sistema economico, ancora oggi, oltre che da imprenditori che offrono un lavoro “vero”, si fonda sulla gente comune, con le sue capacità, competenze, volontà, rettitudine, mentre il paese inefficiente e parolaio si riconosce dal fatto di non avere né memoria, né capacità di ascolto.

Occorre che i giovani non perdano la speranza nel futuro, ed il lavoro è l’antidoto per antonomasia per non alimentare la sfiducia.

 

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