CDLS Confederazione Democratica Lavoratori Sammarinese
 
I primi mesi di vita della CDLS furono ricchi di entusiamo e generosità, ma i compiti e le problematiche del nuovo sindacato erano numerosi ed impegnativi. Così il Segretario Marino Bugli, si rivolse all’On.le Storti, Segretario Generale della CISL, per chiedergli l’invio di un giovane collaboratore per la fase di “decollo” della Confederazione Democratica. La richiesta si concretizzò nella scelta del giovane sindacalista riminese Armando Foschi inviato a San Marino per sei mesi, a carico della CISL italiana, con  inizio dal 1° agosto 1958. Armando Foschi fu bene accolto e largamente apprezzato per il suo temperamento combattivo e per le sue doti umane, tanto che rimase alla Confederazione Democratica non sei mesi, ma 14 anni, coronando poi la sua ricca esperienza sindacale con la elezione a Senatore della Repubblica Italiana! Nei primi tre lustri di vita della CDLS Foschi ha svolto un ruolo di particolare rilievo nel Libero Sindacato Sammarinese, nel suo dispiegarsi, sia nei rapporti operativi col potere pubblico, che con le rappresentanze delle realtà sociali e produttive. Ma per avere elementi più precisi e circostanziati, passiamo la parola al diretto interessato.

Caro Senatore, dopo molti anni che manchi da San Marino, come rivivi quella intensa esperienza sindacale svolta in Repubblica?

14 anni di attività, che ritengo di “prima linea” nell’impegno sociale, non possono che lasciare un segno profondo nella vita, tanto più se si considerano le trasformazioni epocali di quel periodo. Giunto a San Marino il 1° agosto 1958, con una lettera della CISL di impegno per sei mesi, non avrei mai immaginato di rimanere poi a carico della CDLS per tanti anni! Mi resi subito conto del clima di forte scontro politico e sindacale, che per certi aspetti si tramutava in rissa….

Esistevano rapporti, almeno formali, con la Confederazione del Lavoro?

Assolutamente no. L’unico “dialogo” era assegnato ai comunicati farciti di invettive e di insulti, che trascendevano anche a livello personale.

E, negli ambienti di lavoro e sul territorio, che clima c’era nei confronti della Confederazione Democratica?

Com’è noto i fatti di Rovereta avevano creato un vero spartiacque fra i due schieramenti politici, che si era riprodotto analogamente nel Sindacato, specie dopo la scissione. A questo riguardo è superfluo rivelare che l’autonomia sindacale dalla politica, sancita negli statuti e sbandierata sui manifesti, è stata per molto tempo una pia illusione. Il favore dei lavoratori verso la neonata Confederazione fu ampio sin dall’inizio, con in testa le categorie del Pubblico Impiego, mentre lo “sfondamento” nelle fabbriche e nelle campagne fu più impegnativo, con risultati, tuttavia, assai soddisfacenti.

E’ naturale chiedersi come portavate avanti la contrattazione collettiva, sia pubblica che privata…

Durante la Segreteria Celli e i primi anni della Segreteria Nanni stipulavamo con la controparte industriale contratti separati, cercando di ottenere buoni risultati economici e normativi, per dare discontinuità ad un passato sindacale assai remissivo alla precarietà finanziaria dello Stato, ed anche per agevolare l’accettazione dei nuovi contratti da parte di coloro che erano rimasti esclusi dalle trattative.

E col Governo?

Gli ultimi anni “50 e i primi anni “60 hanno costituito veramente un tempo di “vacche grasse”! Il Governo disponeva di mezzi finanziari neppure immaginati dai precedenti Esecutivi di sinistra… Dunque, sia le trattative per i dipendenti pubblici che la “concertazione” (San Marino è stato all’avanguardia!) per le leggi sociali, sono state ricche di risultati. A mò di esempio, basti citare la pensione ai contadini, la cassa assegni familiari, il sistema pensionistico per i settori privati. Sui rapporti con il Governo si potrebbe aggiungere qualche nota, che rimane sulla punta della lingua, ma è una piccola cattiveria!...

Ti vuoi spiegare meglio, problema di finanziamenti?

Assolutamente no. Le annotazioni riguardano principalmente due numerose categorie: quella dei dipendenti pubblici e l’altra degli operai del pieno impiego. Premesso che il Consiglio Grande e Generale era composto normalmente da una larga maggioranza di pubblici dipendenti, si trovava buona sensibilità verso le richieste sindacali avanzate. Con una precisazione, che riguarda gli operai dello Stato, per i quali, con una certa “gara di solidarietà” all’interno del Consiglio G. e G., si deliberavano aumenti salariali superiori alle già generose richieste sindacali!

Un tiro mancino per il Sindacato….

A parte il discredito verso la nostra Organizzazione, il problema vero era la rottura del necessario equilibrio tra settore pubblico e quello privato, peraltro già alquanto precario. In sostanza, elevare le retribuzioni degli operai dello Stato oltre quelle in vigore nei settori privati, comportava la corsa ai cantieri governativi e lo svuotamento dei lavoratori sammarinesi nell’industria, artigianato e commercio, dove – ovviamente – le lotte sindacali dovevano (e devono!) misurarsi con le leggi della produttività e del mercato. Né le “veline” (nessuno si scandalizzi, per favore!), contenenti un articolato panorama statistico sulle retribuzioni pubblico-privato vigente in Repubblica, fatte pervenire alla vigilia di certe sedute del Consiglio G. e G., sortivano alcun effetto…

Eppure si malignava che la Confederazione Democratica fosse il sindacato molto amico del Governo e degli imprenditori!

I giudizi sono validi nella misura in cui si misurano sui fatti. I rilevanti progressi del mondo del lavoro sammarinese nell’arco di quegli anni sono tuttora sotto gli occhi di tutti e ciò grazie alle impegnative battaglie sindacali, intrise di lotte anche dure, in un quadro economico assai positivo.

Ma le critiche “sull’amicizia” col Governo?

Se si tiene conto delle piccole dimensioni del Paese e dello scontro politico di quegli anni, una autonomia radicale e trasparente del sindacato dalla politica era di difficile acquisizione. Ciò detto per onestà intellettuale, occorre ricordare che anche col Governo le trattative hanno conosciuto passaggi aspri, compreso gli scioperi di tutto il Pubblico Impiego.

Lo sciopero per le “mille lire”?

Precisamente. In una trattativa, andata per le lunghe, che registrava il dissenso tra le parti, non solo per l’aspetto retributivo, la cui differenza era ridotta a lire mille mensili, decidemmo separatamente come CDLS lo sciopero generale di una giornata per il pubblico impiego. Conoscendo l’indole scarsamente scioperaiola di quelle categorie, nutrivamo preoccupazioni sulla sua riuscita; ma non fu così, poiché l’astensione dal lavoro fu pressoché totale. L’incertezza per molti di aderire allo sciopero venne risolta positivamente alla vigilia grazie ad una lettera recapitata ad ogni dipendente dall’allora Segretario agli Interni, Avv. Gianluigi Berti; lettera che conteneva toni di sostanziale diffida per quanti avessero scioperato…Questa dura presa di posizione del Governo fece scattare la molla per l’adesione allo sciopero, che registrò, nell’affollata assemblea del Teatro Titano, uno dei momenti più alti di coesione sindacale.

Ma sulla storiella del Sindacato della Coca Cola, ci vuole dire qualcosa?

Si trattava di una bufala divulgata ad arte nella polemica politica dei primi anni “60. Il problema vero riguardava l’autonomia finanziaria del Sindacato, obiettivo compiutamente raggiunto con la quota dello 0,40% sulle retribuzioni.

E non sarà stato facile giungere all’approvazione di questa legge

La situazione finanziaria del sindacato si era fatta insostenibile, pur con un organico e i servizi ridotti all’osso. Portammo avanti una vasta campagna di sensibilizzazione tra i lavoratori e, soprattutto, nei confronti della classe politica, specie di maggioranza, che riteneva discutibile e problematica l’estensione del contributo obbligatorio a tutti. Fu la nostra argomentazione a rendere vincente questa battaglia, secondo la quale il contributo obbligatorio non si riferiva tanto alla scelta sindacale “di bandiera”, quanto al servizio sociale svolto alla generalità dei lavoratori. Acquisita la legge del 1968, significativo è risultato poi l’accordo fra le due Confederazioni per la ripartizione del contributo: 55% alla Confederazione Democratica; 45% alla Confederazione del Lavoro. Al di là dei numeri, peraltro importanti, veniva ufficialmente riconosciuta la CDLS quale Sindacato maggioritario della Repubblica.

Dopo le polemiche, mai cessate negli anni, sui “troppi soldi” ai Sindacati, hai ripensamenti sulla battaglia del 1968?

Certamente no, aggiungendo tuttavia che la crescita enorme del monte salari, e dunque del contributo obbligatorio, richiedeva una revisione della legge, così come del resto è avvenuto.

Armando, cosa ti è rimasto in particolare nella memoria di quei 14 anni a San Marino?

Le grandi manifestazioni: 1° Maggio, i congressi, i convegni sull’economia e una sorta di “visite pastorali”, nelle diverse località dei Castelli, che facevamo in assemblee e riunioni serali un paio di volte all’anno. Era un collegamento importante col territorio, specie per i contadini e gli operai statali. Non posso non ricordare l’entusiasmo di quei tempi attorno alla CDLS ed ai suoi dirigenti. Mi sento in debito di riconoscenza verso la Dott.sa Boscaglia, propulsiva al decollo della Confederazione; ricordo poi i segretari generali, Marino Bugli, Giancarlo Ghironzi e Antonio Zanotti, coi quali è stato un vero piacere collaborare. Vorrei chiudere segnalando scherzosamente una “anomalia”. Un dirigente italiano nel sindacato di San Marino. Giovanni Giardi, sammarinese, per anni dirigente della Cisl di Rimini, la mia città. Il sindacato non ha confini!

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