CDLS Confederazione Democratica Lavoratori Sammarinese

aularsmLa Reggenza ha dato lettura della missiva con la quale il Dirigente del Tribunale - e i giudici Battaglino, Brunelli, Buriani, Caprioli, Di Bona, Morrone, Simoncini, Treggiari e Volpinari -, si sono rivolti al Segretario Generale del CoE

“Avremmo preferito di gran lunga poter evitare questa iniziativa, ma la situazione della legalità e dell'equilibrio di poteri a San Marino ci appare particolarmente drammatica”. È uno dei passaggi chiave nelle conclusioni, della lettera inviata a Marija Pejcinovic Buric; con la quale il Dirigente del Tribunale, e 9 giudici, puntano il dito in particolare contro la Legge che modifica “la composizione del Consiglio Giudiziario”. 15 pagine nelle quali non mancano critiche alla politica; con la segnalazione di “numerosi interventi denigratori”, negli ultimi tempi, “verso i magistrati” e Giovanni Guzzetta; e di una “pervicace volontà di arrivare velocemente” alla riforma.

A tal proposito vi è una cronistoria. I firmatari affermano infatti di non essere stati preventivamente informati dal Governo, all'epoca, del progetto di legge qualificata; e si ricorda di come più volte, per contribuire ad una “migliore formulazione” di questa, fosse stata invocata “la convocazione di un Consiglio Giudiziario Ordinario”. Seduta effettivamente tenutasi, però, solo l'8 giugno; a mesi di distanza dall'approvazione della legge.

E qui sono i Capi di Stato ad essere tirati in ballo; perché nella prosecuzione dell'incontro, due settimane dopo, la Reggenza – si legge nella lettera – “ha dichiarato inammissibili al voto le due risoluzioni finali proposte dai magistrati”: quella volta ad investire della questione il Consiglio d'Europa, e quella “contenente l'auspicio di una riforma organica dell'ordinamento giudiziario, conforme agli standard internazionali”. L'appunto è insomma palese; così come tranchant è il giudizio sui contenuti della legge, analizzati punto per punto, e le cui conseguenze – ad avviso dei firmatari della lettera – rischiano “di minare l'indipendenza della magistratura ed incidere negativamente sull'equilibrio tra i poteri costituzionali”.

Fra i punti nodali la retroattività. Esclusa, inizialmente; e poi – scrivono - oggetto di un tentativo di introduzione, in forma amplificata, tramite un emendamento del Governo. La modifica – si sottolinea - avrebbe “implicato l'invalidazione a posteriori delle deliberazioni assunte dal Consiglio Giudiziario” prima delle elezioni del 2019. L'emendamento venne in seguito ritirato; per poi assistere ad una sua sostanziale riproposizione - ad opera dei “parlamentari di maggioranza” e di “una minoranza di giudici” - nel corso del Consiglio Giudiziario Plenario del 13 luglio.

Questa, in sintesi, la ricostruzione; nella quale vengono anche ricordati il voto dissenziente del consigliere di maggioranza Iro Belluzzi, e le sue successive dimissioni. Che unitamente a quelle precedenti di Filippo Tamagnini dimostrerebbero, secondo gli autori della missiva, “l'inadeguatezza dell'attuale composizione del Consiglio Giudiziario Plenario a garantire l'autonomia della magistratura”, e l'attuazione – da parte di Governo e Parlamento - di una “strategia volta a rovesciare le decisioni” assunte nei due anni precedenti dall'Organo.

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