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Crescita economica e difesa del lavoro: un matrimonio vincente

Walter Cerfeda segretario del sindacato europeo spiega la strategia per affrontare l’emergenza salariale e le sfide della competizione globale

“In un mondo sempre più piccolo, senza frontiere e competitivo bisogna avere il coraggio di guardare con occhi nuovi quello che è cambiato”. E’ l’invito che Walter Cerfeda, segretario della Confederazione Sindacale Europea, ha rivolto alla platea del 13° congresso della Confederazione Democratica. Un invito accompagnato da una priorità strategica: quella salariale. 
“Negli ultimi 5 anni in Europa - spiega Cerferda - il potere d’acquisto delle retribuzioni è caduto di oltre il 3% rispetto all’inflazione. Un dato che ha spinto il sindacato europeo a reagire e a lanciare una massiccia campagna sui alari. La prima tappa è stata la manifestazione del 5 aprile a Lubiana, dove erano riuniti tutti i ministri finanziari dell’Unione Europea”.

Qual è stato il messaggio?
“Cari ministri europei: l’emergenza salari ed occupazione ha ormai lo stesso peso di quella monetaria. Il meccanismo micidiale della globalizzazione ci ha messo in concorrenza con 1 miliardo e mezzo di lavoratori senza diritti, che guadagnano tra i 5 e 15 centesimi all’ora, contro i 27/28 euro all’ora di chi lavora in Germania o in Scandinavia”.

Una partita già persa in partenza?
“Il punto è non considerare inevitabile l’arretramento, non accontentarsi di gestirlo, di frenarlo. Se il sindacato sceglie la linea difensiva, è destinato al declino. La campagna dei salari non si ferma: in ottobre a Bruxelles organizzeremo una grande conferenza”.

Per dire cosa?
“Per dire che protezionismo ed egoismo rischiano di essere solo una risposta ideologica alla competizione globale. Quindi una risposta inutile. Così come sono inutili e ideologiche le ricette liberiste che vorrebbero omologare la realtà europea a un mercato mondiale uguale e indistinto, con le stesse regole competitive dappertutto. La sfida che abbiamo di fronte si vince puntando su quel modello che sa coniugare crescita economica e difesa dei lavoratori. Perché non c’è contraddizione tra le esigenze di crescita e competizione delle imprese e una forte tutela contrattuale dei lavoratori”.

Può spiegarci meglio?
“La spiegazione più chiara possibile la dà il mercato. Basta guardare le classifica mondiale dei migliori paesi esportatori. Al primo posto non c’è la Cina, non c’è l’India e neppure gli Stati Uniti. No, in cima alla classifica c’è la Germania”.

Un paese della vecchia  Europa?
“Certo. La Germania è nel cuore dell’Europa ma  è anche un paese  con alti salari, con un mercato del lavoro spesso giudicato troppo rigido e con uno Stato Sociale molto avanzato. Non è certo un paese senza regole, ma che ha agganciato la qualità e l’affidabilità dei propri prodotti alla competenza e alla professionalità dei lavoratori. Non ha scelto la strada della precarizzazione  indistinta, ma ha difeso come un bene prezioso la propria manodopera. E’ questo modello che ha portato la Germania ad essere il paese più forte, a vincere la competizione cinese, giapponese, americana”.
Caso isolato?
No, la Germania è in buona compagnia. Un’altra dimostrazione della nostra capacità europea di avere un modello forte, competitivo e qualitativo è la Scandinavia. Anche qui a dirlo sono le classifiche sulle cento migliori imprese del mondo: le prime venti sono tedesche, finlandesi e svedesi. Tutte imprese cresciute in un sistema dove la qualità del prodotto è assicurata da una forte contrattazione e la rappresentatività del sindacato non è in discussione. Dove si investe il 4% del Pil in ricerca e innovazione tecnologica, dove si compete sulla qualità dei prodotti e non sul costo del lavoro. E dove, può vincere la destra o la sinistra, c’è stabilità politica e di governo”.
Allude alla cronica instabilità sammarinese?
“Dico solo che quando il turnover istituzionale supera i giri della trottola, quando la politica è fragile, tutto il sistema si indebolisce. Bene allora ha fatto il sindacato sammarinese a rafforzare i legami unitari. Perché unità e autonomia  sono un argine che allontana il rischio di essere risucchiati nella logica inconcludente degli schieramenti”.

Che può fare ancora il sindacato?

“Insistere sul matrimonio tra qualità delle imprese e qualità del lavoro, senza inseguire le deludenti ricette liberiste o rifugiarsi nella pura conservazione. Dobbiamo sfidare con coraggio il cambiamento, consapevoli che le aree economicamente più ricche e competitive sono quelle dove c’è una forte contrattazione e coesione sociale. Che insomma si può vincere senza arretrare”.
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