CDLS Confederazione Democratica Lavoratori Sammarinese

La crisi sta diventando sempre di più la cartina di tornasole per comprendere le con-traddizioni di questo tempo. Le forze politiche e le organizzazioni sociali scontano, a volte anche brutalmente, una inadeguatezza di fronte a domande e bisogni nuovi.
Il primato della politica è sotto scacco: le agende dei governi sono spesso piegate ai diktat delle banche centrali, dei mercati, delle agenzie di rating.  

La vulnerabilità dei processi democratici è sotto gli occhi di tutti: la sfiducia e il di-stacco dai partiti sono fenomeni diffusi in tutta Europa, e addirittura in alcuni Paesi, di fronte all’impopolarità delle ricette rigoriste, la politica si è eclissata lasciando il passo alla competenza dei tecnici.  

San Marino sta scontando un decennio di forte instabilità dei governi, accompagnata da una frantumazione del quadro politico e da continui balletti autoreferenziali che hanno alimentato sfiducia e disorientamento tra i cittadini.
Dinamiche che tuttora persistono, a tal punto che spesso  sembrano avere il soprav-vento i mal di pancia fra i partiti piuttosto che le gravi emergenze che dobbiamo af-frontare.

Eppure è evidente a tutti che di fronte al deterioramento del quadro economico i tradizionali meccanismi del consenso non reggono più e il rassicurante linguaggio delle promesse deve necessariamente cedere il passo alla dura realtà dei sacrifici.
Francamente le logiche di schieramento, le esasperate contrapposizioni o le alchimie partitiche non mi appassionano. E credo non  appassionino più nessuno. Tuttavia l’antipolitica è una risposta sbagliata, anzi è una non-risposta.
Ciò che serve veramente è una buona politica, una politica che non si guarda allo specchio, che non indugia nelle divisioni e negli interessi particolari o peggio perso-nali.  

Unire e non dividere, perché in questa situazione di straordinaria difficoltà una buo-na politica deve spendere tutte le sue energie per favorire la coesione sociale e indi-care obiettivi comuni, perché non può esserci un pezzo di Paese che si salva ai danni del resto.
Il distacco e il disincanto della gente si mescola con le difficoltà e i problemi quoti-diani. Domina la sfiducia e l’incertezza sul futuro, e mi sembra evidente che dalla po-litica si pretendono risposte efficaci, competenza, verità e comportamenti coerenti.

Ma in generale sono i modelli della rappresentanza democratica a mostrare lacune, ritardi e difficoltà a interpretare disagi e paure sociali. Anche il sindacato è messo alla prova perché il malessere nel mondo del lavoro è palpabile: la difficoltà a cogliere risultati tangibili sia sul fronte del mantenimento dei posti di lavoro che della difesa delle retribuzioni impongono la ricerca di nuovi strumenti, nuove strategie, nuovi modelli organizzativi e nuove modalità di relazione.  

Il nostro Congresso mette al centro l’equità e la giustizia sociale perché l’attualità di questi valori deve guidarci in questa fase di necessario cambiamento. Cari delegati, a questo proposito vi invito ad intervenire nel corso dei lavori congressuali e contribu-ire con idee, esperienze e proposte, per arricchire e sostenere il sindacato in questo decisivo snodo.
Teniamo anche conto che i contraccolpi della crisi e l’illusione dell’economia di carta continuano a produrre effetti negativi sia sul fronte economico occupazionale sia su quello del bilancio dello Stato.
Gli indicatori macroeconomici infatti confermano la profondità della crisi: il Prodotto Nazionale Lordo negli ultimi anni segna diminuzioni a doppia cifra, il bilancio dello Stato è in grave sofferenza e gli indicatori occupazionali sono quasi tutti negativi: 860 le aziende chiuse e il saldo occupazionale di tutti i comparti è di oltre 1.000 posti di lavoro persi. Gli ultimi dati disponibili ci dicono che i disoccupati hanno raggiunto quota 1.115 e il tasso di disoccupazione si è assestato al 7%.

La crisi sembra tuttavia concentrarsi su due settori in particolare: l’industria e le co-struzioni. Il nostro settore manifatturiero lascia sul campo 900 posti di lavoro, ma la perdita degli occupati arriva a 1.200 se si sommano quelli del settore edile e dell’indotto.
Un’altra dinamica interessante è quella relativa alla struttura delle imprese nel set-tore industriale. A parte qualche dolorosissima eccezione, le imprese che perdono posti di lavoro sono di piccole e piccolissime dimensioni, mentre quelle più grandi hanno retto l’impatto della crisi e addirittura alcune di queste continuano ad assu-mere. Ciò dimostra come il cuore del sistema economico e occupazionale della Re-pubblica risieda proprio nel comparto manifatturiero che, ricordo, contribuisce per quasi il 40% alla ricchezza totale del Paese. In particolare in sole 100 aziende indu-striali si concentra l’80% degli occupati del settore, di cui la metà sammarinesi. Que-sto per rimarcare come sia strategico per il Paese consolidare la nostra realtà industriale.

La stragrande maggioranza dei posti di lavoro persi sono frontalieri e quindi possia-mo affermare che i lavoratori di oltreconfine hanno pagato pesantemente il calo oc-cupazionale e di conseguenza hanno frenato il tasso di disoccupazione interno. I frontalieri quindi, loro malgrado, hanno svolto un incisivo ruolo di ammortizzatore sociale, ma se questo non bastasse ricordo anche che con la finanziaria del 2010 si è scaricato sulle loro spalle una notevole fetta del debito pubblico di San Marino. Ma dell’articolo 56 parlerò più avanti.

E’ indubbio che da quasi un decennio i frontalieri sono i lavoratori più esposti sia e-conomicamente sia socialmente. Dal 2003 stanno infatti pagando gli effetti della doppia imposizione e del mancato accordo italo-sammarinese. Il che significa non solo un taglio sulle buste paga, ma anche una insopportabile incertezza sui redditi perché l’entità del prelievo fiscale è legato al meccanismo della franchigia. Così ogni anno il reddito di migliaia di lavoratori è appeso al rinnovo, o al rischio azzeramento, di questo meccanismo, tra l’altro economicamente inadeguato.

La proposta lanciata recentemente dal Collegio Sindacale Interregionale, organismo che riunisce i sindacati di San Marino, Emilia Romagna e Marche, è pienamente con-divisa dalla Confederazione Democratica. In sostanza, il CSIR ha chiesto l’avvio di un calendario di incontri tecnici per mettere finalmente mano, nero su bianco, ad una legge ordinaria, la quale stabilisca in maniera definitiva e strutturale il trattamento fiscale dei lavoratori frontalieri. Dopo nove anni di precarietà fiscale è davvero arri-vato il momento di trovare una chiara ed equa soluzione legislativa, attraverso un lavoro coordinato con i parlamentari delle Regioni Emilia Romagna e Marche, con le istituzioni locali, Province e Comuni, senza escludere iniziative diplomatiche a tutto campo.

Care delegate, cari delegati,
approfondendo i numeri sull’occupazione, c’è un dato che mi preoccupa fortemen-te.
I disoccupati hanno superato abbondantemente quota 1.000 e rappresentano una emergenza sociale a cui va data presto una risposta. Il 50% dei disoccupati sono giovani e quasi tutti scolarizzati: la sfida più grande è trovare una soluzione occupazionale, non tanto un posto di lavoro qualsiasi. Come Confederazione Democratica abbiamo l’obbligo di ascoltare le istanze dei giovani, suggerire idee e proposte e agire come moltiplicatori di opportunità.

E’ bene ricordare che negli anni pre-crisi decine di giovani laureati trovavano uno sbocco occupazionale nel variegato mondo degli studi professionali e nei servizi ad alta qualificazione. Oggi non è più così, perché queste realtà subiscono i contraccolpi di quella crisi che sta interessando i settori dell’industria e delle costruzioni.
Ma dietro questi numeri c’è una sottovalutazione politica che si trascina da molto tempo e, come ho già espresso pubblicamente, “San Marino rischia di non essere un paese per giovani”. Basta scorrere le riforme approvate o in discussione in questi mesi per accorgersi della distanza che c’è fra chi governa la Repubblica e l’universo giovanile.
Partiamo dalla riforma previdenziale: per i 45/50enni la riforma ha tutto sommato un impatto accettabile, mentre è fortemente penalizzante per i giovani. Infatti per chi oggi ha meno di 30anni e un reddito medio, la pensione sarà circa la metà dell’ultimo stipendio. Stessa musica se ci spostiamo sulla riforma della Pubblica Amministrazione. Una delle proposte sul tappeto è quella di stabilire per i nuovi as-sunti tabelle retributive che decurtano gli stipendi, tolgono le indennità e dimezzano gli scatti di anzianità. Anche in questo caso, pur comprendendo le difficoltà di bilan-cio, non è giusto scaricare sui figli l’egoismo dei padri. Pure il recente Decreto sul lavoro sconta questa sottovalutazione e infatti dà risposte molto parziali al pro-blema occupazionale dei giovani.
Ma sul decreto lavoro e sulle linee guida di riforma è opportuno addentrarsi in un’analisi più dettagliata. E’ innanzitutto irrealistico pensare ad una nuova riforma del lavoro partendo dal Decreto approvato nell’autunno scorso. Decreto che, sull’onda emergenziale della crisi, ha assecondato le logore formule della deregola-mentazione, aumentando l’utilizzo indiscriminato  di rapporti di lavoro atipici e pre-cari, come distacchi e co.co.pro..
Mi chiedo se sia mai possibile che, in ritardo di 15anni, il governo voglia  importare un modello di mercato del lavoro che è ampiamente fallito.
Basta infatti vedere cosa è successo in Italia dal ’97 ad oggi: in nome della competiti-vità, dell’occupazione e della crescita si è affermato il mito della flessibilità. Sono stati cioè introdotti una miriade di contratti di lavoro atipici con il risultato che la crescita è ferma a zero da un decennio, la competitività è agli ultimi posti dei paesi OCSE e la disoccupazione giovanile è drammaticamente elevata.
Lo stesso confronto sul lavoro fra Governo Italiano e parti sociali sta cercando in tutti i modi di uscire dalla giungla dei contratti precari, che ha tolto il futuro a generazioni di giovani e non ha certo contribuito a far decollare l’economia.
Tant’è che al tavolo italiano sulla riforma del lavoro, il ministro Fornero ha rotto l’incantesimo della flessibilità in entrata proponendo inizialmente il contratto unico a tempo indeterminato per tutti e poi sancendo il principio, da tutti condiviso, che i contratti a termine devono costare di più alle imprese.

Spostandoci a San Marino, temo che ancora in troppi siano sotto l’effetto di questo fallimentare incantesimo. Ricordo infatti che su tale tema non siamo all’anno zero, poiché i livelli di flessibilità nostrana non hanno confronti con molti paesi europei: basti pensare che il solo utilizzo dei lavoratori frontalieri assicura alle imprese un potenziale 50% di assunzioni a tempo determinato, e con l’ultimo decreto la per-centuale di rapporti di lavoro precari può in via teorica raggiungere il 90%.

Le recenti linee guida, che anticipano la riforma, sono ovviamente degli intendimenti generici su come il Governo vuole cambiare il mercato del lavoro. Per il momento mi limito a sottolineare tre aspetti.

Il primo riguarda la necessità di contingentare il numero di rapporti di lavoro precari all’interno delle aziende. La nostra proposta di fissare una quota massima del 50% di rapporti di lavoro che non siano a tempo indeterminato, fatta in occasione del con-fronto sul decreto lavoro, inserita e poi cancellata appena prima del voto in Consiglio Grande e Generale, sarà ancora la nostra battaglia quando inizierà il vero confronto sulla riforma.

E sono certo che è una battaglia giusta, perché se la flessibilità si trasforma in pa-tologica precarietà, perdono i lavoratori, perdono le imprese, perde l’economia, perde il Paese.

Il secondo riguarda le opportunità lavorative per i giovani. Inseguire una generica flessibilità in entrata non risolve nulla; sono invece necessari interventi che segnino una precisa scelta di campo: quella degli sbocchi occupazionali di qualità per i gio-vani. Per questo una buona riforma del lavoro deve prevedere l’obbligo di assumere un giovane sammarinese diplomato o laureato ogni volta che un’impresa medio-grande ricorra a una professionalità apicale forense.
Non un diritto semplicemente imposto o peggio un privilegio anagrafico-patriottico, ma un percorso lavorativo e formativo finalizzato a creare solide professionalità, che entrino a far parte degli snodi cruciali del nostro sistema economico.
Il terzo aspetto, che emerge da una prima lettura delle linee guida, è un non chiaro ruolo dell’Ufficio del Lavoro. Ricordo che storicamente la CDLS non è contraria ad una agenzia del lavoro privata in cui le organizzazioni sociali svolgano compiti di o-rientamento e formazione in rete con le imprese, la Camera di Commercio, il Centro di Formazione Professionale, l’Università e le Scuole. Ma deve essere categorico il fatto che le funzioni di collocamento di manodopera e di controllo restino una e-sclusiva competenza dell’Ufficio del Lavoro statale.

E’ chiaro quindi che il Decreto Lavoro non può fare da battistrada alla riforma. Nel caso miope e sciagurato che il Governo voglia ripetere questa forzatura e imboccare il vicolo cieco della precarietà, illudendosi di sostenere lo sviluppo del Paese, il NO della Confederazione Democratica sarà fermo e deciso.
Sul fronte della Pubblica Amministrazione c’è da registrare ormai da tantissimi anni un approccio ideologico che si basa sull’equazione PA uguale spesa corrente, con l’inevitabile corollario di luoghi comuni: tagliare, privatizzare, smantellare.

Ma guardiamo da vicino quali sono i grandi aggregati della spesa pubblica: scuola e sanità; due settori fondamentali e addirittura decisivi per la crescita di questo Paese.
Creare eccellenza nella formazione delle giovani generazioni e nei servizi sanitari è strategico per il futuro del nostro sistema. Ecco, dunque, che appare quantomeno superficiale l’idea che una vera crescita passi attraverso il ridimensionamento dei servizi pubblici.

Spesso mi trovo ad immaginare un Paese dove la biblioteca sia un luogo di servizi frequentato ad ogni ora, dove nelle scuole la rivoluzione tecnologica sia una realtà e non semplicemente un cambiamento solo evocato, dove la nostra sanità diventi un polo di grande qualità in grado di attirare pazienti da fuori territorio. Poi nella realtà di tutti i giorni mi scontro con le demagogiche teorie del ridimensionamento.

Il contenimento delle spese evoca anche il taglio dei dipendenti pubblici. Su questo argomento occorre essere chiari: si deve coniugare un graduale dimagrimento dell’apparato pubblico con un progetto organizzativo che punti alla qualità dei servizi erogati. Il graduale dimagrimento della macchina statale, al di là dei numeri e di illusorie percentuali sulla popolazione totale, va compensato di pari passo con un piano pluriennale di concorsi pubblici.

Bisogna quindi uscire dai troppi luoghi comuni che sono circolati in questi anni sul settore pubblico: la fabbrica dei fannulloni, lo stipendificio, l’elefante burocratico che frena lo sviluppo, solo per citarne alcuni.
Un approccio più serio ci deve invece portare ad affrontare il tema della macchina pubblica affrancandoci dalla dialettica superata delle contrapposizioni e come ci ri-corda il bocconiano Franco Bruni, certamente non un vetero sindacalista, “più che tagliare la spesa pubblica occorre fissare priorità in una lista di bisogni pubblici pressanti con grande cura e dettaglio. E occorre mettere a punto i metodi organizzativi perché la spesa per i servizi sia fatta bene, rendicontata con rigore, senza sprechi e privilegiando ciò che abbiamo deciso essere più importante”.

Insomma, non dobbiamo rassegnarci alla facile idea che il settore pubblico sia co-munque inefficiente e vada quindi ridotto alle minime dimensioni. La ricetta più volte sbandierata delle privatizzazioni anche in questo caso non va considerata la “bac-chetta magica”. Certo, si possono privatizzare alcuni servizi pubblici ma poi occorre spendere per regolare e controllare ciò che si è privatizzato, anche perché il rischio è quello di passare da un monopolio pubblico ad uno privato, dove i costi per l’utenza ed i risparmi per la comunità sono tutti da dimostrare.

Dobbiamo essere consapevoli anche della complessità della nostra Amministrazione. San Marino è un Paese sovrano e deve dare una gamma di risposte che non sono paragonabili ad una istituzione locale. Per sostanziare la nostra sovranità dobbiamo fare fronte ad obblighi burocratici, diplomatici e legislativi indispensabili al funzio-namento di uno Stato indipendente; anche per questa peculiarità è opportuno tro-vare convergenze e non scivolare in dibattiti fra opposte tifoserie.

Sgombrato il campo quindi dai consunti stereotipi che ingessano il dibattito, posso assicurare che la Confederazione Democratica non ha gabbie mentali di nessun tipo ed è pronta ad affrontare con serietà e rigore la questione della spesa pubblica, delle riforme possibili, dell’indispensabile cambiamento dei modelli organizzativi e degli sprechi.  Tutto questo  per costruire un circolo virtuoso che metta al centro il cittadino utente e le imprese, tenendo conto dell’efficienza, dei costi e delle spese.

E’ senza dubbio un compito non semplice che comporta, necessariamente, una vi-sione strategica e modalità di intervento articolate. Quella che la CDLS storicamente ha indicato per raggiungere quell’equilibrio virtuoso fra pubblico e privato da tutti auspicato e spesso declinato come sussidiarietà o economia sociale, è una proposta certamente non risolutiva ma in linea con le radici tutte sammarinesi di solidarietà, mutualità e cooperazione.

Abbiamo infatti a disposizione una grande risorsa: la vivace e dinamica attività as-sociazionistica e di volontariato sammarinese.
Attività che negli ultimi anni si è ancora di più radicata e qualificata. Una risorsa che assume ancora più significato in questa stagione di crisi e di disoccupazione e che potrebbe essere valorizzata sia per l’aspetto legato all’integrazione dello Stato Socia-le che per quello più squisitamente economico, finalizzato alla creazione di posti di lavoro.

Per scendere nel concreto, gli orizzonti dell’economia sociale a San Marino possono essere individuati negli ambiti dei servizi agli anziani e alla prima infanzia, nella ge-stione del verde e dei parcheggi. Opportunità che si moltiplicano nel settore della raccolta differenziata dei rifiuti. Un serio piano di differenziazione, infatti, mette ne-cessariamente in moto una nuova economia, andando addirittura oltre alla raccolta differenziata, riciclando la filiera del rifiuto.
Ma per dare gambe all’economia sociale è necessario definire un nuovo quadro legi-slativo sulle associazioni e strumenti normativi che fissino garanzie e trasparenza nel rapporto fra lo Stato e il mondo no-profit.

In questi ultimi vent’anni c’è stata una visione generale con al centro il proliferare di società di capitali di ogni tipo e forma. Non solo anonime ma anche fantasma che tante sciagure hanno portato alla nostra comunità. Noi pensiamo che sia giunto il momento di permettere al mondo no-profit di svolgere con dignità il proprio ruo-lo.

Tornando sul terreno più specifico della Pubblica Amministrazione, devo constatare amaramente come, sul piano contrattuale e sui tavoli negoziali della riforma, le rela-zioni con la controparte governativa siano all’insegna della confusione e quindi della poca concretezza.

Emblematica la trattativa per risolvere il problema del precariato, segnata da un me-todo che non porta da nessuna parte, dal momento che il confronto con il Governo è continuamente condizionato da rilanci. Ogni qualvolta si intravede la possibilità di regolarizzare centinaia di precari pubblici, la controparte impone nuove richieste sempre tese a scaricare i costi della stabilizzazione sugli altri dipendenti della Pubbli-ca Amministrazione.
Questo eccesso di tatticismo, che si incrocia con un inaccettabile gioco al ribasso, sta mortificando le attese e i sacrosanti diritti di tanti lavoratori, che da anni vivono tutte le incertezze dovute alla condizione di essere precari.
Lungo e incerto anche il processo di riforma della macchina statale. Ci troviamo di fronte infatti all’ennesima legge di indirizzo che per il momento non si è tradotta in concreti cambiamenti.
L’unica cosa certa è l’istituzione della Direzione Generale della Funzione Pubblica, mentre ci saremmo aspettati almeno un colpo di acceleratore per l’avvio di una sta-gione di concorsi pubblici orientata a sostituire le figure chiave della Pubblica Am-ministrazione, per intenderci i quadri intermedi.

Il blocco delle assunzioni, che risale addirittura al 1998, ha impoverito questa fascia professionale strategica, creando inefficienze senza alleggerire peraltro i numeri dei dipendenti. Occorre guardare con orgoglio ai numerosi giovani sammarinesi che e-scono con merito e sacrificio da lunghi percorsi di studio ad alto livello. Intorno a lo-ro deve strutturarsi la nuova amministrazione: professionale, snella ed efficiente.

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