CDLS Confederazione Democratica Lavoratori Sammarinese

Restando sul terreno delle riforme c’è da registrare un via libera parlamentare pas-sato quasi nell’indifferenza generale, ma dalle grandi ricadute sulla vita delle perso-ne: mi riferisco alla nuova legge pensionistica.   

Va detto subito che si tratta di un provvedimento molto ampio, che rivede in manie-ra sostanziale il primo pilastro, cioè la pensione che tutti conosciamo, basata sul si-stema a ripartizione con il calcolo retributivo, e introduce un secondo pilastro che si configura come pensione complementare.

E’ indubbio che la nuova legge abbia una ricaduta positiva sulla tenuta del sistema, garantendo negli anni un equilibrio finanziario, e di ciò ne va dato atto. Centrato questo obiettivo, però, restano diverse zone d’ombra, alcune di queste ripetuta-mente portate dalla CDLS all’attenzione del Governo e dell’opinione pubblica.
La colpa più grave è quella di avere garantito maggiormente i cinquantenni a disca-pito dei giovani, che dovranno pagare i veri costi della riforma: avremmo preferito che i sacrifici venissero distribuiti più equamente fra padri e figli.

La legge inoltre impedisce la completa rivalutazione rispetto all’inflazione di buona parte delle pensioni, cancellando la possibilità di contrattazione a difesa del potere d’acquisto delle stesse. Per di più ripiana il disavanzo delle pensioni di artigiani e commercianti con un prelievo straordinario dal Fondo comune di riserva di rischio, sottraendo in maniera impropria ingenti risorse da un fondo che fa parte del patrimonio ISS e costituito principalmente dai contributi dei lavoratori dipendenti.

Ma le contrarietà più forti si concentrano sulla legge che introduce la Previdenza Complementare. Per noi, che abbiamo da sempre sostenuto il secondo pilastro in forma collettiva e contrattuale, questa parte della riforma in realtà prevede il paga-mento di una quota a capitalizzazione che si configura semplicemente come un al-largamento del primo pilastro.

Tralascio tutti gli ambiti tecnici che abbiamo già contestato. Ricordo solo due aspetti. Primo, i soldi dei lavoratori che finiranno nel secondo pilastro saranno gestiti da un organismo composto per la maggior parte da politici. Secondo, l’imbarazzante conflitto di interessi di Banca Centrale che svolgerà il triplo ruolo di banca deposita-ria, di controllore del sistema e di autorizzatrice delle società di gestione.

Ma lungo la strada delle riforme il vero nodo da sciogliere è quello della nuova legge tributaria. E qui una premessa è doverosa: o ci rendiamo conto che la riforma del fi-sco è parte integrante della grande partita della trasparenza, che San Marino sta giocando a livello internazionale, oppure assisteremo ad un film già visto “Il gatto-pardo”, cioè cambiare tutto per non cambiare niente.
Deve essere per tutti evidente che la riforma tributaria rappresenta il paradigma del cambiamento, un pilastro fondamentale della San Marino del futuro. Un sistema fi-scale, quindi, che faccia fronte alle nuove esigenze del bilancio pubblico e contem-poraneamente si basi sulla trasparenza, sull’equità e sul dovere civico.

Perché il futuro del Paese e le sue chance di sviluppo si incrociano con una moderna legge fiscale?
Perché prima della linea di demarcazione segnata dalla profonda crisi economica, il nostro sistema fiscale funzionava così: su 6.500 soggetti economici 2.050 dichiara-vano redditi inferiori a zero, mentre mille dichiaravano redditi da zero a 5mila Euro.
Nel complesso, la stragrande maggioranza dei redditi da lavoro autonomo e da so-cietà dichiarava redditi sotto la soglia dei 25mila euro, cifra inferiore allo stipendio medio di un lavoratore dipendente.

Alla luce di tali dati, niente facile demagogia, moralismi o caccia alle streghe; ma la semplice presa d’atto che con queste cifre il sistema si affossa da solo indipendentemente dalla crisi economica o dagli effetti della black list. La riforma tributaria quindi non è solo un problema di giustizia ed equità, ma è un intervento fondamentale nella ricostruzione economica della Repubblica.

Il nostro impegno è stato determinato fin dall’inizio. Per impedire poi che le nuove norme tributarie fossero a senso unico, contro i lavoratori ed i pensionati, la scorsa primavera la CSU ha proclamato uno sciopero generale. Oltre 4mila persone sono scese in piazza a Serravalle per affermare che la strada da percorrere è quella della "Giustizia Sociale e dell’equità".

Questa grande adesione di massa è servita ad accelerare il confronto con il governo e l’apertura di un tavolo tecnico dove la CSU ha portato precise proposte, elaborate da un gruppo di lavoro appositamente costituito.
Strettamente agganciata alla riforma tributaria c’è la questione dell’articolo 56 della Legge Finanziaria 2010, ovvero l’introduzione di una penalizzazione riservata ai soli lavoratori frontalieri. Un provvedimento inaccettabile, che scarica una fetta del de-bito pubblico sui lavoratori di oltre confine, sottraendo loro circa 200 Euro ogni me-se dalle buste paga.

Una manovra che ha rappresentato anche un autogol diplomatico con l’Italia, solle-vando contrarietà e proteste da parte della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati, delle Assemblee Regionali di Emilia Romagna e Marche, delle istituzioni provinciali e comunali limitrofe e di numerosi parlamentari.

Ma ancor di più: c’è stato un intervento autorevolissimo che nel giugno scorso e-sortava: “Anche nella Repubblica di San Marino, l’attuale situazione di crisi spinge a riprogettare il cammino e diventa occasione di discernimento; essa infatti pone l’intero tessuto sociale di fronte all’impellente esigenza di affrontare i problemi con coraggio e senso di responsabilità…”
E ancora… “Non mancano dunque le forze positive che permetteranno alla vostra Comunità di affrontare e superare l’attuale situazione di difficoltà. A tale proposito, auspico che la questione dei lavoratori frontalieri, che vedono in pericolo la propria occupazione, si possa risolvere tenendo conto del diritto al lavoro e della tutela delle famiglie”.
Questi sono passaggi del discorso di Papa Benedetto XVI, tenuto nella sala del Con-siglio Grande e Generale lo scorso giugno.

Sono parole cadute nel vuoto, poiché a distanza di pochi mesi da quella storica vi-sita il contenuto dell’articolo 56 è stato riconfermato nella finanziaria 2012.
Occorre tuttavia rilevare che nel testo di riforma tributaria è stato inserito un siste-ma di deduzione forfettaria, che mette tutti i lavoratori sullo stesso piano.

Per far fronte alle esigenze di risanamento dei conti pubblici le leggi finanziarie 2010 e 2011 hanno aperto una fase di maggiore pressione fiscale che sta pesando soprat-tutto sui redditi da lavoro dipendente, vedi il generalizzato aumento dell’IGR e  l’introduzione dell’imposta straordinaria sugli immobili.

Queste finanziarie, che chiedono sacrifici, anche in modo non sempre equilibrato, sono figlie dei tentennamenti politici sul varo del nuovo sistema tributario. Ma, sep-pur con ritardo, al tavolo negoziale della riforma è stato raggiunto un soddisfacente punto di equilibrio nella direzione dell’equità. Purtroppo la promessa del Governo di portare la nuova legge in Consiglio Grande e Generale si è arenata di fronte a quelle che sembrano essere difficoltà tecniche.
La Confederazione Democratica, invece, chiede con forza che il progetto di riforma venga rimesso senza indugi al centro dell’agenda di governo. Nuovi ritardi rischia-no  di provocare contraccolpi gravi nell’azione di risanamento dei conti pubblici e del contenimento del buco di Bilancio. Peraltro, ulteriori slittamenti si spieghereb-bero solo con le difficoltà politiche a rimuovere interessi, privilegi e vantaggi a favore di lobby e corporazioni.

Presidente, delegate, delegati,
i colpi violenti della crisi hanno generato confusione, incertezza e paralisi. La società sammarinese è sembrata precipitare all'interno di un acceleratore atomico; ognuno è schizzato verso una direzione indefinita e, di conseguenza, ciascuno pensa ad una propria strategia per traghettare la Repubblica fuori dalla tempesta.

Oggi più che mai occorre invece una visione unitaria e condivisa, perché nessuno si salva da solo, perché una società non regge senza dialogo, solidarietà e obiettivi co-muni.

Io credo che in questo momento storico-economico il sindacato non deve correre il rischio di smarrire l’essenza del proprio ruolo: difendere il lavoro e fare i contratti.
E a proposito di contratti, ci troviamo di fronte ad una situazione completamente i-nedita: quest’anno tutti i lavoratori della Repubblica, pubblici e privati, sono con i contratti scaduti, mentre nel settore industriale l’ultimo accordo risale addirittura al 2005.

Una lunga situazione di stallo che ha come snodo emblematico il fallimento del tavo-lo tripartito. Ricordo che quel tavolo fu istituito nel 2009 dal Governo per trovare una linea comune di fronte alla crisi appena esplosa, e tra le priorità furono indivi-duati i termini economici e normativi per chiudere i contratti allora scaduti. L’intesa finale è stata sottoscritta da Governo, sindacati e associazioni di categoria, ma è mancata la firma dell’ANIS, l’Associazione Nazionale dell’Industria Sammarinese.

Un solitario dietrofront che ha di fatto cambiato in senso negativo le relazioni indu-striali a San Marino. Da quella data, infatti, la contrattazione ha avuto un percorso altalenante e all’insegna di continui rilanci da parte dell’Associazione Industriali.

Negli ultimi mesi, tuttavia, la trattativa è sembrata incanalarsi su un binario costrut-tivo attorno a tre temi prevalenti: flessibilità, rappresentatività e parte economica.
Ma l’ANIS, in nome della competitività, ha rilanciato ed ha imposto sul tavolo un nuovo elemento: l'aumento dell'orario di lavoro a 40 ore settimanali.
In questa fase anche il Governo, sollecitato dal sindacato, ha tentato un ruolo di mediazione, soprattutto vantando nei confronti dell’ANIS una linea di credito legata al decreto lavoro, che ricordo essere un complesso di norme dai contenuti forte-mente sbilanciati a favore degli industriali. Ma il ruolo governativo è risultato fragile e poco incisivo.
Il negoziato è comunque continuato e, pur non comprendendo la filosofia delle 40 ore settimanali, in quanto con la recessione decine di aziende usufruiscono della cassa integrazione e quindi hanno la necessità di lavorare meno ore, il sindacato ha accettato di discuterne, arrivando fino alla stesura di una precisa proposta di accor-do.

Si è ipotizzato un contratto-ponte di sei/otto anni su due punti chiave: da una parte l’adeguamento delle retribuzioni in base all’inflazione, dall’altra un aumento dell’orario di lavoro a 39 ore, aumento in parte pagato ed in parte destinato a finan-ziare un fondo a sostegno del lavoro.

Purtroppo anche questa proposta si è arenata, impigliata in una ragnatela di apertu-re, disponibilità e alla fine di rilanci dai contenuti insostenibili per i lavoratori.
Oggi la trattativa è ferma e non si vede una via d’uscita.

La situazione contrattuale del settore pubblico è per certi versi simile. Abbiamo avu-to, circa due mesi fa, un primo incontro con la delegazione di Governo per parlare del contratto di lavoro. Per la prima volta nella storia delle relazioni sociali abbiamo assistito ad un fatto quanto meno paradossale: sostituendosi al sindacato, il Governo ha deciso di presentare una vera e propria piattaforma contrattuale.
Potremmo pure archiviare la questione come un eccesso di zelo, ma il documento governativo è risultato un concentrato di proposte antisindacali, fra cui il ricatto di una parziale stabilizzazione di lavoratori precari in cambio di retribuzioni fortemente decurtate per i nuovi assunti.
Pensando che i nuovi assunti saranno i nostri figli, peraltro già penalizzati dalle nuo-ve norme previdenziali, possiamo affermare che per loro le retribuzioni ipotizzate rimarranno comprese in una fascia immodificabile nel tempo.
Sotto il profilo strettamente economico contrattuale, quindi, la trattativa può consi-derarsi ferma. Anzi, archiviata dalla scelta del Congresso di Stato di imporre, attraverso la legge finanziaria, il blocco delle retribuzioni pubbliche.

Tirando le somme, il risultato è davvero preoccupante: 8mila lavoratori dell’industria da 4 anni sono senza contratto,  4mila dipendenti della PA hanno le retribuzioni bloccate per legge, mentre per altri 8 mila lavoratori, occupati nel commercio, nel turismo e nel credito, i rinnovi sono  tutti scaduti.
A questo punto è difficile sfuggire a un interrogativo di fondo: a San Marino esisto-no ancora spazi per fare contrattazione? E badate bene che questo interrogativo non è di poco conto, perché significa dare una risposta su chi deve pagare di più i costi di questa crisi, su come vengono distribuiti i sacrifici tra i diversi blocchi sociali.
E’ evidente, allora, che tenere in stand-by un contratto o sterilizzare per via legislati-va la sua efficacia economica ha un preciso significato politico: mettere all’angolo il sindacato per scaricare così sul mondo del lavoro dipendente il prezzo della recessione.

Questa non è retorica sindacale: ogni buon padre di famiglia si è già accorto che è sempre più difficile far tornare i conti, che il carrello della spesa costa di più, che il prezzo della benzina vola e che i risparmi sono solo un ricordo.

Ma più analiticamente si può affermare che nel periodo 2008 – 2011, a fronte di un’inflazione totale di circa il 9%, gli aumenti in busta paga sono stati mediamente la metà, quindi una perdita secca del potere di acquisto del 4,5%. Dobbiamo tenere conto inoltre che i consumi di base hanno avuto aumenti decisamente superiori, che l’inflazione sammarinese risulta più alta e che la dinamica dei prezzi rimarrà nei prossimi anni su valori significativi del 3 o 4%.

Dobbiamo poi aggiungere una inedita pressione di tasse dirette e indirette che ero-dono ulteriormente le retribuzioni: l’elenco parte dall’addizionale IGR, per passare all’aumento delle tariffe di acqua, luce e gas, al taglio delle indennità del pubblico impiego, all’introduzione della patrimoniale, all’aumento nei prossimi anni dei con-tributi pensionistici del 3,5% e, soprattutto, alle tasse indirette che incidono in modo invisibile, ma pesante, sui bilanci familiari. Ricordo la tassa del 3% sui servizi e la mi-riade di aumenti su bolli, patenti, certificati.

Di fronte a questo combinato disposto di assenza di contrattazione, retribuzioni ferme, inasprimento della pressione fiscale e davanti ad anni con una tendenza in-flattiva del 3/4%, il sindacato è chiamato ad una stagione di nuove responsabilità, al-la ricerca di risposte efficaci e a soluzioni straordinarie a situazioni altrettanto stra-ordinarie.

E’ chiaro a tutti che dall’ultimo congresso non sono passati quattro anni bensì un’era geologica, ed è altrettanto chiaro che risposte fino a ieri improponibili rientrano oggi con piena dignità nell’agenda sindacale.

Se si vogliono mettere con le spalle al muro 20.000 lavoratori, il sindacato ha il dove-re di reagire per mettere in sicurezza le retribuzioni dei lavoratori e quindi i redditi delle famiglie.
Il percorso obbligato è introdurre per legge un automatismo che agganci le buste paga alla dinamica dell’inflazione e per raggiungere questo obiettivo si deve neces-sariamente intraprendere la strada referendaria.  

Quindi, questa sera, propongo ai delegati del 14° Congresso Confederale della CDLS  di formalizzare un mandato ai funzionari che verranno eletti al termine di questa assise. Ovvero il mandato di intraprendere le procedure per giungere ad un referendum, che colga l'obiettivo di difendere gli stipendi.

So che questa proposta ha fatto sussultare il mio maestro di contrattazione colletti-va, che vedo seduto qui in sala.
Nonostante questo, voglio rimarcare con forza che non stiamo alzando una bandiera ideologica; la proposta di un nuovo referendum sulla scala mobile è una scelta squisitamente pragmatica, strettamente ancorata ad una San Marino profondamente cambiata rispetto a quella di tre anni fa.

Lo spartiacque quindi è la crisi e, usando la metafora del tunnel, possiamo dire con cognizione di causa che l’uscita non sarà a breve.
D’altra parte le alternative oggi sul tappeto si riducono solo a due: subire impotenti l’arretramento del mondo del lavoro, oppure imboccare una deriva protestataria e conflittuale dagli esiti incerti e che rischia di aggravare una situazione sociale ed e-conomica dagli equilibri molto fragili.    

In riferimento alla consultazione referendaria del 2008 sulla reintroduzione della scala mobile (consultazione che ci aveva visto contrari), mi rendo conto che ci espo-niamo a critiche e ad accuse durissime soprattutto sul piano della coerenza.

Tutto vero, ma ci troviamo di fronte a ragionamenti al passato, quando cioè il si-stema San Marino creava 800 posti di lavoro all’anno, il Pil viaggiava a doppia cifra e l’inflazione era la metà di quella attuale.

Potremmo anche correre il rischio di creare una divergenza non voluta in seno alla CSU, ma confidiamo nel fatto che anche la CSdL sia sensibile alle necessità che tanti lavoratori ci hanno manifestato negli ultimi tempi, dentro e fuori dagli organismi sindacali.

Sono cosciente dei rischi e delle conseguenze, ma la gravità del momento impone a tutti noi una scelta forte e coraggiosa.
Scelta peraltro già avallata dal Consiglio Confederale uscente, il che fortifica il mio impegno, che riconfermo con convinzione, e che mi spinge a chiedervi su questa proposta un chiaro mandato ai dirigenti che saranno nominati dal 14° Congresso.
Siamo immersi in una trasformazione di sistema che non ha precedenti, e siamo chiamati ad assumerci responsabilità e decisioni molto impegnative: ma vogliamo guardare insieme oltre la crisi, nell’equità e nella giustizia sociale, consapevoli delle nostre radici e della nostra lunga storia sindacale, fatta di identità e di valori che si intrecciano con l’impegno e la partecipazione di migliaia di uomini e donne.

Il percorso potrebbe essere lungo ma, come scriveva Confucio, un viaggio di mille miglia comincia con il primo passo.

Confido su di voi.

Evviva la CDLS. Evviva San Marino.

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